Molte estati fa, mentre ero a Lubecca, presi la decisione di visitare Helsinki. Lo feci nel giro di pochi minuti di fronte ad un manifesto pubblicitario della Finnjet che era un traghetto-crociera il quale sarebbe partito l’indomani dalla vicina Travemünde per arrivare nella capitale finlandese impiegando un giorno e due notti. Il viaggio sul mar Baltico fu molto piacevole e la mattina dell’arrivo mi alzai molto presto riuscendo a vedere l’arcipelago di isolotti che stavamo attraversando. Questi si facevano via via più grandi e fitti fino a quando vedemmo lo skyline della città. Arrivato in porto cercai immediatamente l’ufficio turistico che mi avrebbe aiutato a trovare una stanza ma lì mi fu fatto capire che in quel momento non c’era una grande disponibilità di sistemazioni. Nei giorni seguenti avrei capito il perché. Ero infatti capitato nella settimana dell’Helsingin Juhlaviikot (il festival delle città) durante il quale prendono luogo manifestazioni di teatro, danza, musica e arti visive che culmina nella Taiteiden yö (notte delle arti). All’inizio mi proposero delle soluzioni a delle cifre per me ampiamente inaccessibili ma poi saltò fuori una sistemazione quasi di fortuna in un ostello per studenti sull’isola ad est del centro storico che si chiama Katajanokka, essendo molto vicina all’ufficio turistico la raggiunsi facilmente a piedi. È un’area piena di capannoni portuali dei primi del novecento, molti dei quali allora erano in fase di ristrutturazione o appena rinnovati e destinati a nuovi usi. L’edificio dell’ostello era fra quelli dove i lavori non erano ancora terminati. I corridoi all’interno erano di fatto dei cantieri con scalei e materiali vari appoggiati un po’ ovunque mentre una squadra di operai stava sistemando controsoffitti e luci col relativo chiasso di ferri spostati e trapani in azione che sarebbe durato, nelle ore diurne, per tutto il tempo della mia permanenza. Molto probabilmente le stanze e i bagni in comune erano stati allestiti per primi in previsione dell’arrivo dei turisti in quella settimana speciale.
Non a caso entrando nella mia stanzetta ebbi la sensazione di essere il primo ad usarla. Mi apparve come algida ma accogliente allo stesso tempo, linda, candida e luminosa poiché era piccola ma con una finestra luminosa. Il pavimento era di linoleum grigio pallido sul quale erano sistemati: un letto singolo con un piumone bianco, un armadio a due ante, uno scaffale e una grande scrivania sotto la finestra. Evidentemente era una stanza destinata ad uno studente piuttosto che ad un turista. I colori chiarissimi erano adatti ai lunghi inverni privi di luce tipici della zona, il tutto era in puro desing scandinavo al quale non eravamo ancora abituati e per questo mi evocò un sapore esotico. Tutto odorava di nuovo, niente aveva la minima traccia di vissuto come una macchia, una ammaccatura, un segno su una parete. Probabilmente ero proprio il primo a dormire lì.
Nonostante che qualcuno dica che la capitale finlandese sia la meno attraente fra le città della Scandinavia a me piacque molto. Sulla nave avevo programmato di vedere le architetture di Aalto ma si rivelò molto piacevole anche gironzolare a vuoto e scoprire per caso vie, slarghi, monumenti e scorci sul mare. Avevo portato con me la mia affezionata Canon e un numero di pellicole più che sufficiente per un fotografo non professionista come me. In molti momenti la usai come un taccuino di appunti poiché fotografai le facciate, i portoni e i dettagli degli edifici dei quali mi volevo ricordare. Adesso quelle immagini sono diventate quasi inutili perché quelle strade le posso vedere su Google Earth, anzi, i vari edifici li posso osservare da un numero maggiore di punti di vista e ne posso vedere anche altri che mi erano sfuggiti. Altre fotografie le feci per forza d’inerzia, un po’ stancamente ed esclusivamente per obbligo turistico, alle cose che ritenni più caratteristiche come le bancarelle sul porto o alle manifestazioni della notte delle arti.
Molte foto decisi di non scattarle per niente e non solo per il fatto che la tecnologia analogica costava ma perché ero cosciente di non essere in grado di rappresentare la cosa che mi attraeva di più e cioè la luce a quelle latitudini. Ritenni che fosse difficilissimo, almeno per me, fotografare in maniera efficace tutte le sfumature che gli edifici, in particolare la cattedrale, assumevano nei vari momenti del giorno. Ogni specificità della pellicola, ogni passaggio di stampa avrebbe costituito un tradimento rispetto a quello che stavo vedendo. Avevo il timore che le fotografie si sarebbero sovrapposte alle mie immagini mentali sostituendole definitivamente. Per lo stesso motivo non avevo fotografato dalla nave l’orizzonte notturno sul mar Baltico e l’alone color del vino rosso che in quel periodo è ben visibile anche a mezzanotte.
L’immagine più significativa di quel viaggio rimane dunque quella della mia cameretta che immortalai in uno dei primi giorni che ero lì, in un momento in cui mi sembrava particolarmente luminosa. Anni dopo mi sono ricordato di quello scatto leggendo un breve passaggio di Hervé Guibert: «Quando si arriva in una città la prima cosa è fotografare la propria camera, come per marcare il territorio, fotografare il proprio riflesso negli specchi e segnare un’appartenenza provvisoria, smorzarne il prezzo, come un primo certificato di presenza, oppure si occupa la camera, immediatamente, facendovi l’amore.»[1] A differenza di quello che lui dice io ho sentito raramente l’esigenza di fotografare le stanze d’albergo in cui ho dormito forse perché sono sempre troppo impersonali, di fatto sono stanze di passaggio. Farci l’amore poi non mi sembra una cosa poi così originale. Raggiungere un orgasmo in una stanza d’albergo suona come una cosa abbastanza frequente che può avvenire sia come conclusione di un rapporto a pagamento in un motel che durante una vacanza rilassata in un albergo stellato.
Nella mia vita ho dormito in stanze più fotogeniche di quella a Katajnokka, alcune più grandi di quella che era all’epoca casa mia, altre sporchissime, altre ancora molto eleganti mentre la maggior parte di esse era semplicemente attrezzata e arredata per il turista medio. In ogni caso sapevo che chi era o sarebbe capitato prima e dopo di me avrebbe usato quelle stanza in maniera occasionale e passeggera come me. Per questo, forse, fui attratto da quella stanza finlandese perché in realtà non era una camera d’albergo ma una stanza che non era destinata a rimanere per sempre un non-luogo[2].
Era infatti un ambiente che non era ancora un luogo vero e proprio perché non aveva ancora una sua storia. Ero consapevole del fatto che con la mia presenza non sarei riuscito a lasciare una traccia, a contribuire a darle una personalità, l’avrei lasciata anonima come l’avevo trovata. Però qualcuno dopo di me l’avrebbe vissuta, sarebbe diventata la sua stanza, vi avrebbe appeso dei poster, avrebbe riempito la scrivania e lo scaffale dei propri oggetti, avrebbe forse organizzato piccolissime festicciole con gli amici. A me piace pensare di essere stato il primo a dormirci ma sicuramente non fui il primo a farci l’amore perché, tra l’altro, stavo viaggiando da solo. Riuscii a possedere quella stanza col mio corpo ma solo nel senso che occupai quel letto. Però mi piace pensare di essere stato il primo a fotografarla, di averla in qualche modo posseduta benché solo attraverso la mia fotocamera.
Guardando quella diapositiva mi rendo conto di quanto quell’immagine sia anonima, banale e tecnicamente imperfetta al punto che non oso pubblicarla soprattutto in una rivista piena di fotografie d’autore come questa. Tuttavia quell’immagine di un luogo senza storia, senza crepe, senza segni del tempo e di invecchiamenti, quell’immagine che non funzionerebbe nemmeno in un catalogo di mobili da assemblare, rappresenta per me il gesto di aver segnato uno spazio attraverso uno scatto fotografico. Mi piace il fatto di essermi appropriato di un tempo sospeso, di aver rubato l’immagine di quella stanza nel momento di passaggio di un non (ancora) luogo verso uno spazio con un genius loci ed un vissuto.
Marco Panerai
[1]Hervé Guibert, L’immagine fantasma, Roma, Contrasto, 2021, p. 78
[2]Mi riferisco ai concetti espressi da Marc Augé in: Nonluoghi, introduzione a una antropologia della surmodernità, Milano, Editrice A coop. Sezione Elèutera, 1997.